VENTI D'EUROPA
Un vento di cambiamento sta attraversando ora le strade
d’Europa. È un vento che spira in ogni direzione e ha un sapore globale, non si
ferma dentro quelli che consideriamo i confini europei…
Questo vento di cambiamento ci
mette di fronte a un’Europa in crisi, l’ennesima crisi. Ogni volta, a ogni
crisi, l’Europa ha risposto positivamente, non senza difficoltà, serrando i
ranghi in una più stretta collaborazione e caricandosi della responsabilità e
del coraggio di scelte anche impopolari alla soglia del cammino da percorrere
ma con una sempre più concreta unione all’orizzonte.
La crisi è il punto di svolta: o
si salta l’ostacolo tutti assieme o assieme si fracassa. Questa è la sfida che
sta di fronte alla nostra generazione.
Il destino d’Europa sta nelle nostre
mani, sta anche nelle nostre mani. La domanda che dobbiamo porci è: crediamo
noi in un’Europa unita?
Perché dalla risposta che
sappiamo o possiamo dare dipende molto di quello che ci sta dinanzi. Dipende
molto perché dalla convinzione con la quale sappiamo rispondere, scaturisce
anche la motivazione con la quale siamo disposti a spenderci per questa impresa.
Non serve molto viaggiare nel
passato per incontrare le ragioni storiche o sociali di una unità europea.
Basti soltanto pensare che da Westfalia a oggi, questi ultimi cinquanta sono i
primi di trecentocinquant’anni di guerre continue. Ciò dovrebbe farci
riflettere sul fatto che l’Europa come la conosciamo noi oggi non è soltanto un
sogno di pochi o un’illusione di stolti.
I politici oggi sono coloro che
la governano, sono coloro che, assieme agli alti poteri economici, fanno
piovere e tirar vento su questa recente e moderna istituzione internazionale
che la storia ha partorito.
Sono loro che ci hanno trascinato
in questa crisi profonda! Sono loro i colpevoli e quindi sono loro che devono
pagare!
Ma sono loro nella stessa misura
con la quale lo siamo oggi noi tutti. Siamo noi tutti ogni qualvolta anche
tacitamente accettiamo uno stile di vita che sta al di là delle nostre
possibilità; siamo noi tutti ogni qualvolta accettiamo così semplicemente la
“verità” propinata dai mezzi di comunicazione tradizionali senza farci carico
né preoccupazione di un reciproco confronto e dibattito; siamo noi tutti quando
accettiamo il diversivo che ci concedono nello sport, nel divertimento e nello
spettacolo, quando ci fanno sentire più tranquilli spegnendo il cervello ed
evitando di pensare; siamo noi tutti ogni qualvolta preferiamo restarcene
pigramente seduti nella comodità della poltrona di casa che altri hanno guadagnato
per noi.
Ci troviamo ormai oggi a un punto
in cui è assurdo guardarci in circolo e puntando il dito l’un l’altro cerchiamo
di definire chi ha torto e chi ragione, chi deve riscuotere e chi invece
pagare.
Il tempo che detta la storia non
ci concede più questo lusso. Mentre noi qua discutiamo su come avanzare il
prossimo passo, il mondo galoppa verso il futuro.
Mentre l’Europa e l’Occidente
vedono scendere il loro PIL dal 66% al 59% il resto del mondo lo aumenta dal
34% al 41% con un incremento del 14%[1].
Secondo una statistica dell’FMI
nel 2007 le nuove economie emergenti sono arrivate a produrre i due terzi della
crescita mondiale, mentre l’UE ha apportato soltanto un 15%. La sola Cina
viaggiava sul 33%.
Ma, fattore più allarmante, lo
vediamo nella sfera che abbraccia i diritti umani. Se negli anni ’90 l’UE aveva
un appoggio pari al 72% nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in tema di
diritti umani, nelle ultime assemblee è sceso al 48% contro un 74% nel 2008
della Cina[2].
Se questo è un galoppare verso il futuro, allora a buon
ragione prospettano uno scenario apocalittico gli scettici di tutto il mondo
che si vestono di millenarismo.
Se è vero che l’Unione Europea è
stata una conquista sotto punti di vista politici, economici e di diritti
umani, per quanto piccoli e ancora non del tutto maturi i passi fatti finora,
allora va difesa con le unghie e con i denti. È sufficiente vedere come nel
1945 soltanto poco più di mezza dozzina di stati europei erano democrazie,
mentre oggi di 53 stati europei soltanto 8 sono dittature[3]. Non
è esagerato affermare che mai nella storia tanti cittadini europei abbiano
goduto di tanta libertà.
Finalmente Europa è riuscita a
godere di una sicurezza mai vista, tanto che il ministro delle Relazioni
Internazionali tedesco, Joshka Fischer, dichiara nel discorso all’università di
Humbolt in Berlino il 12 maggio 2000: «il centro del concetto di Europa, dopo
il 1945 è stato e continua ad esserlo, un rifiuto del principio europeo
dell’equilibrio dei poteri e delle ambizioni egemoniche di Stati individuali
che nacquero dopo la pace di Westfalia nel 1648».
Non è stato amore per la causa
quello che ha spinto nel ’50 sei governi d’Europa a firmare il primo trattato
dell’Unione Europea (CECA), ma la paura degli orrori delle guerre che
incessanti avevano devastato il continente per 350 anni ininterrottamente per
sfociare infine nella catacombe della Guerra Mondiale.
Ora quei tempi sono lontani. Lo
sono per lo sforzo di molti. Lo sono perché così è stato fortemente voluto. Lo
sono perché l’Unione Europea nella quale noi oggi ci troviamo a vivere continua
a farsi garante di questo equilibrio internazionale. Probabilmente l’ombra che
minacciava l’Europa un tempo non è più la stessa, il mondo è cambiato e anche
la società. Ma la paura che ha fatto gettare il primo semino, germogliato
nell’Unione Europea di oggi, deve ora essere sostituita dall’amore per la
causa, affinché questo semino cresca, si fortifichi e possa definitivamente
scongiurare ogni orrore dalle porte e dai confini d’Europa.
Adesso è il momento di spenderci
per questo seme, è l’ora di prenderlo dalle mani dei nostri padri per passarlo
alle nostre, per mettere nelle sue radici anche il nostro contributo. Il
contributo di uomini e donne che nella maturità delle loro scelte sanno quale è
il bene per i propri figli e quali i sacrifici da fare per essi.
Europa non è madre patria. Europa
non è la madre patria di nessuno. Europa non ci ha generato, Europa non ci ha
dato una bandiera, una lingua o un inno da cantare tutti assieme. Noi non siamo
i figli d’Europa e come tali in nome d’Europa non dobbiamo fare assolutamente
nulla. L’Europa non è la nostra nazione, non è il nostro vincolo viscerale, per
questo non può pretendere nulla da noi. Senza di noi l’Europa nemmeno esiste.
Sì, duecento anni di nazionalismi ci hanno insegnato che versare sangue per la
propria patria avvicina di più l’inferno alla terra che un viaggio dantesco.
Noi, uomini e donne d’Europa, non
siamo suoi figli e non le dobbiamo nulla di ciò che ci chiede, perché noi, uomini
e donne d’Europa, fratelli in questa grande famiglia, siamo i suoi padri e le
sue madri che l’hanno generata. Siamo noi che facciamo l’Europa ogni giorno,
siamo noi che la creiamo perché fortemente la vogliamo. L’Europa, come Renan
affermava riferendosi alla nazione, è un plebiscito di tutti i giorni. Quindi,
come padri e madri, siamo noi che la difendiamo e la proteggiamo, che la
alimentiamo e ce ne prendiamo cura, che la amiamo e la educhiamo per prepararla
a prendere posto nella storia.
La patria e la nazione sono il
passato di sangue che ci portiamo alle spalle, l’Europa la figlia, il futuro
che abbiamo davanti.
Non importa se i nostri politici la usano come giocattolo
per i loro fini economici, la ripongono in uno scaffale quando non serve e l’accusano
quando le cose vanno male. Chi fa questo non è padre né madre. Chi fa questo è
qualcuno che, venduta la propria natura d’essere umano al dio del profitto e
della moneta, condanna milioni di essere umani a pagare le conseguenze dei suoi
miserabili atti.
Ma se non ci consideriamo uguali,
se non ci sentiamo rappresentati, se non vediamo in loro una guida nella
crescita di quella che è la nostra creatura, la nostra figlia, allora dobbiamo
riprenderci la sua custodia e il diritto alla sua formazione.
La crisi di oggi segna una svolta
importante, la crisi di oggi pende sull’Europa come una spada di Damocle pronta
ad abbattarsi sul nodo più debole.
L’Europa, nostra figlia, è una
famiglia, e come tale i suoi vincoli sono forti come quelli di una catena, ma
la resistenza della catena si testa con l’anello più debole. L’anello sembra
sia essere là per cedere e sganciarsi. La Grecia sta scricchiolando, la sorella minore di
questa grande famiglia sta vacilando.
Mentre vacilla, lassù, nelle alte
sfere parlano di tagliare la zavorra per far andare più spedita la macchina. Di
quale macchina stanno parlando? Di quale zavorra?
Se l’Europa è una macchina, lo è
per la sua capacità economica, che nonostante le defficoltà degli ultimi tempi
la pone ancora al primo posto dell’economia con il 44% delle esportazioni e il
43% delle importazioni mondiali, molto più avanti della seconda, l’Asia, che
conta rispettivamente con il 27% e il 25%, e degli Stati Uniti con il 14% e il
23%[4].
Ma è questa l’Europa? È questa la
sua essenza? Di certo non si può obiettare che questa è la forma concreta con
la quale è nata, secondo la strategia di Robert Shumann. Ma spesso ci si
dimentica che la sua idea, l’idea di Jean Monnet, era «realizzazioni concrete»
per genere «solidarietà di fatto», e questo altro non era che la «prima tappa
della federazione europea».
Abbiamo preso i profitti da
questa idea ma abbiamo lasciato addietro l’uomo, lo abbiamo considerato
soltanto in funzione di questi, la solidarietà di fatto è venuta meno.
L’economia è senza dubbio il motore efficace in quanto la sua essenza è
funzionalista, ma l’uomo non è solo funzionale, l’uomo è qualcosa di più.
L’uomo è spirito e carne, e sia l’uno che l’altro devono essere alimentati e
curati. È la carne che ci fa produrre, ma è lo spirito che ci tiene vivi e ci
eleva da tutti gli altri esseri animali. È lo spirito che ci fa riconoscere
come simili, che ci fa camminare in un consorzio umano e ci fa stringere
relazioni e legami. È lo spirito che ci fa avere in orrore la guerra a scapito
di molti molti cinici vi vedono la soluzione alle crisi, e ci muove qualcosa
dentro al momento di tendere una mano verso l’altro.
Se la Grecia è una zavorra perché
non è produttiva, allora che fare di quel 30% di popolazione europea che
passati i 65 anni smette di essere produttiva?[5]
Verranno tagliate le pensioni e il sistema di assistenza sociale, al momento il
più sviluppato e funzionale al mondo in nome della produttività? Vogliamo
veramente volgere le spalle a tutti coloro che non riescono a produrre e generare
capitale? In nome di chi o di che cosa tutto questo? Del funzionalismo?
Dell’efficienza?
Vogliamo veramente questo, e nel
farlo fare anche un passo addietro abbandonando quelle conquiste ottenute con
lo sforzo e il sangue delle generazioni che ci hanno preceduto?
Se oggi il nodo della Grecia
viene tagliato con la spada, o la
Grecia stessa decidesse di separare il suo cammino da quello
dell’Europa, sarebbe il primo di molti passi addietro.
Siamo arrivati fin qua tutti
quanti assieme, e nel cammino molti si sono uniti, stati e popoli che hanno
vissuto fino a dieci anni fa sotto il terrore del totalitarismo, sotto la
negazione dei diritti umani, popoli e stati che hanno creduto nell’Europa,
nella libertà della sua democrazia, nel suo sistema economico e umano.
Se in questo particolare momento della storia rinunciamo a
uno di questi fratelli minori che formano la grande famiglia d’Europa solo
perché non possono camminare con le proprie gambe, allora il concetto di
famiglia già non sussiste più, e la figlia Europa così mutilata vede dissolvere
il suo futuro sotto i colpi speculativi di uomini-macchina.
Già un passo addietro lo è stato fatto il maggio scorso,
quando la Danimarca
ha deciso per la sospensione del Trattato di Schengen, ma l’uscita della Grecia
sarebbe qualcosa di ben peggiore.
Questo è il momento di dare, di
dare per la nostra figlia Europa. E glielo diamo perché lo vogliamo, non perché
ce lo impongono, glielo diamo perché è un nostro diritto di padri e madri
darglielo. Noi non lo dobbiamo, noi lo vogliamo.
L’Europa, come è stata definita,
non è altro che un OPNI (Organizzazione Politica Non Identificata), ma è una
sinergia di volontà, ed è la volontà che fa l’Europa e la fa uscire dalle
nebbie delle incertezze istituzionali.
Se crediamo nell’Europa oggi
crediamo anche nel popolo greco che in queste ore si trova ad affrontare il
momento più difficile da quel lontano ’82 che la vide entrare nella grande
famiglia europea. Quello che vogliamo è che non molli, che regga alle difficili
prove alle quali è chiamata.
Così il giusto appello al popolo
greco è questo: coraggio fratelli e padri e madri d’Europa, se anche le alte
sfere e i politici e gli uomini-macchina vi abbandonano, noi, vero popolo
d’Europa unita, vi siamo vicini con il pensiero e con l’affetto, con la
speranza e la convinzione che questo passo richiesto non sarà stato passo
inutile, e che la via per la federazione degli Stati Uniti d’Europa non è
lontana. Alla notte più fonda segue sempre un’alba di speranza.
[1] Banco Mundial, World Development
Indicators, 2008
[2] Richard Gowan y Franziska Brantner:
A global Force for Human Rights? A Audit of European Power at the UN,
ECFR Spettembre 2008
[3] Freedom in the World 2009, i freedomhouse.org
[4] Joseph Quinlan, «Drifting Apart
or Growing Together. The Primacy of the Transatlantic Economy», Center
for Transatlantic Relation, Washington,
2003. Attualizzato posterioremente in varie occasioni dal German
Marshall Fund.
[5] Rickard Sandell, «Europa sin Europeos?
La realidad demográfica de Europa» in E. Lamo de Espinoza: “Europa
después de Europa” AECAE 2010, pp. 269-272




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