martedì 15 maggio 2012




 VENTI D'EUROPA




Un vento di cambiamento sta attraversando ora le strade d’Europa. È un vento che spira in ogni direzione e ha un sapore globale, non si ferma dentro quelli che consideriamo i confini europei…
Questo vento di cambiamento ci mette di fronte a un’Europa in crisi, l’ennesima crisi. Ogni volta, a ogni crisi, l’Europa ha risposto positivamente, non senza difficoltà, serrando i ranghi in una più stretta collaborazione e caricandosi della responsabilità e del coraggio di scelte anche impopolari alla soglia del cammino da percorrere ma con una sempre più concreta unione all’orizzonte.
La crisi è il punto di svolta: o si salta l’ostacolo tutti assieme o assieme si fracassa. Questa è la sfida che sta di fronte alla nostra generazione.

Il destino d’Europa sta nelle nostre mani, sta anche nelle nostre mani. La domanda che dobbiamo porci è: crediamo noi in un’Europa unita?
Perché dalla risposta che sappiamo o possiamo dare dipende molto di quello che ci sta dinanzi. Dipende molto perché dalla convinzione con la quale sappiamo rispondere, scaturisce anche la motivazione con la quale siamo disposti a spenderci per questa impresa.

Non serve molto viaggiare nel passato per incontrare le ragioni storiche o sociali di una unità europea. Basti soltanto pensare che da Westfalia a oggi, questi ultimi cinquanta sono i primi di trecentocinquant’anni di guerre continue. Ciò dovrebbe farci riflettere sul fatto che l’Europa come la conosciamo noi oggi non è soltanto un sogno di pochi o un’illusione di stolti.
I politici oggi sono coloro che la governano, sono coloro che, assieme agli alti poteri economici, fanno piovere e tirar vento su questa recente e moderna istituzione internazionale che la storia ha partorito.
Sono loro che ci hanno trascinato in questa crisi profonda! Sono loro i colpevoli e quindi sono loro che devono pagare!
Ma sono loro nella stessa misura con la quale lo siamo oggi noi tutti. Siamo noi tutti ogni qualvolta anche tacitamente accettiamo uno stile di vita che sta al di là delle nostre possibilità; siamo noi tutti ogni qualvolta accettiamo così semplicemente la “verità” propinata dai mezzi di comunicazione tradizionali senza farci carico né preoccupazione di un reciproco confronto e dibattito; siamo noi tutti quando accettiamo il diversivo che ci concedono nello sport, nel divertimento e nello spettacolo, quando ci fanno sentire più tranquilli spegnendo il cervello ed evitando di pensare; siamo noi tutti ogni qualvolta preferiamo restarcene pigramente seduti nella comodità della poltrona di casa che altri hanno guadagnato per noi.

Ci troviamo ormai oggi a un punto in cui è assurdo guardarci in circolo e puntando il dito l’un l’altro cerchiamo di definire chi ha torto e chi ragione, chi deve riscuotere e chi invece pagare.
Il tempo che detta la storia non ci concede più questo lusso. Mentre noi qua discutiamo su come avanzare il prossimo passo, il mondo galoppa verso il futuro.
Mentre l’Europa e l’Occidente vedono scendere il loro PIL dal 66% al 59% il resto del mondo lo aumenta dal 34% al 41% con un incremento del 14%[1].
Secondo una statistica dell’FMI nel 2007 le nuove economie emergenti sono arrivate a produrre i due terzi della crescita mondiale, mentre l’UE ha apportato soltanto un 15%. La sola Cina viaggiava sul 33%.
Ma, fattore più allarmante, lo vediamo nella sfera che abbraccia i diritti umani. Se negli anni ’90 l’UE aveva un appoggio pari al 72% nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in tema di diritti umani, nelle ultime assemblee è sceso al 48% contro un 74% nel 2008 della Cina[2].

Se questo è un galoppare verso il futuro, allora a buon ragione prospettano uno scenario apocalittico gli scettici di tutto il mondo che si vestono di millenarismo.
Se è vero che l’Unione Europea è stata una conquista sotto punti di vista politici, economici e di diritti umani, per quanto piccoli e ancora non del tutto maturi i passi fatti finora, allora va difesa con le unghie e con i denti. È sufficiente vedere come nel 1945 soltanto poco più di mezza dozzina di stati europei erano democrazie, mentre oggi di 53 stati europei soltanto 8 sono dittature[3]. Non è esagerato affermare che mai nella storia tanti cittadini europei abbiano goduto di tanta libertà.
Finalmente Europa è riuscita a godere di una sicurezza mai vista, tanto che il ministro delle Relazioni Internazionali tedesco, Joshka Fischer, dichiara nel discorso all’università di Humbolt in Berlino il 12 maggio 2000: «il centro del concetto di Europa, dopo il 1945 è stato e continua ad esserlo, un rifiuto del principio europeo dell’equilibrio dei poteri e delle ambizioni egemoniche di Stati individuali che nacquero dopo la pace di Westfalia nel 1648».



Non è stato amore per la causa quello che ha spinto nel ’50 sei governi d’Europa a firmare il primo trattato dell’Unione Europea (CECA), ma la paura degli orrori delle guerre che incessanti avevano devastato il continente per 350 anni ininterrottamente per sfociare infine nella catacombe della Guerra Mondiale.
Ora quei tempi sono lontani. Lo sono per lo sforzo di molti. Lo sono perché così è stato fortemente voluto. Lo sono perché l’Unione Europea nella quale noi oggi ci troviamo a vivere continua a farsi garante di questo equilibrio internazionale. Probabilmente l’ombra che minacciava l’Europa un tempo non è più la stessa, il mondo è cambiato e anche la società. Ma la paura che ha fatto gettare il primo semino, germogliato nell’Unione Europea di oggi, deve ora essere sostituita dall’amore per la causa, affinché questo semino cresca, si fortifichi e possa definitivamente scongiurare ogni orrore dalle porte e dai confini d’Europa.
Adesso è il momento di spenderci per questo seme, è l’ora di prenderlo dalle mani dei nostri padri per passarlo alle nostre, per mettere nelle sue radici anche il nostro contributo. Il contributo di uomini e donne che nella maturità delle loro scelte sanno quale è il bene per i propri figli e quali i sacrifici da fare per essi.

Europa non è madre patria. Europa non è la madre patria di nessuno. Europa non ci ha generato, Europa non ci ha dato una bandiera, una lingua o un inno da cantare tutti assieme. Noi non siamo i figli d’Europa e come tali in nome d’Europa non dobbiamo fare assolutamente nulla. L’Europa non è la nostra nazione, non è il nostro vincolo viscerale, per questo non può pretendere nulla da noi. Senza di noi l’Europa nemmeno esiste. Sì, duecento anni di nazionalismi ci hanno insegnato che versare sangue per la propria patria avvicina di più l’inferno alla terra che un viaggio dantesco.
Noi, uomini e donne d’Europa, non siamo suoi figli e non le dobbiamo nulla di ciò che ci chiede, perché noi, uomini e donne d’Europa, fratelli in questa grande famiglia, siamo i suoi padri e le sue madri che l’hanno generata. Siamo noi che facciamo l’Europa ogni giorno, siamo noi che la creiamo perché fortemente la vogliamo. L’Europa, come Renan affermava riferendosi alla nazione, è un plebiscito di tutti i giorni. Quindi, come padri e madri, siamo noi che la difendiamo e la proteggiamo, che la alimentiamo e ce ne prendiamo cura, che la amiamo e la educhiamo per prepararla a prendere posto nella storia.
La patria e la nazione sono il passato di sangue che ci portiamo alle spalle, l’Europa la figlia, il futuro che abbiamo davanti.

Non importa se i nostri politici la usano come giocattolo per i loro fini economici, la ripongono in uno scaffale quando non serve e l’accusano quando le cose vanno male. Chi fa questo non è padre né madre. Chi fa questo è qualcuno che, venduta la propria natura d’essere umano al dio del profitto e della moneta, condanna milioni di essere umani a pagare le conseguenze dei suoi miserabili atti.
Ma se non ci consideriamo uguali, se non ci sentiamo rappresentati, se non vediamo in loro una guida nella crescita di quella che è la nostra creatura, la nostra figlia, allora dobbiamo riprenderci la sua custodia e il diritto alla sua formazione.
La crisi di oggi segna una svolta importante, la crisi di oggi pende sull’Europa come una spada di Damocle pronta ad abbattarsi sul nodo più debole.
L’Europa, nostra figlia, è una famiglia, e come tale i suoi vincoli sono forti come quelli di una catena, ma la resistenza della catena si testa con l’anello più debole. L’anello sembra sia essere là per cedere e sganciarsi. La Grecia sta scricchiolando, la sorella minore di questa grande famiglia sta vacilando.
Mentre vacilla, lassù, nelle alte sfere parlano di tagliare la zavorra per far andare più spedita la macchina. Di quale macchina stanno parlando? Di quale zavorra?
Se l’Europa è una macchina, lo è per la sua capacità economica, che nonostante le defficoltà degli ultimi tempi la pone ancora al primo posto dell’economia con il 44% delle esportazioni e il 43% delle importazioni mondiali, molto più avanti della seconda, l’Asia, che conta rispettivamente con il 27% e il 25%, e degli Stati Uniti con il 14% e il 23%[4].

 

Ma è questa l’Europa? È questa la sua essenza? Di certo non si può obiettare che questa è la forma concreta con la quale è nata, secondo la strategia di Robert Shumann. Ma spesso ci si dimentica che la sua idea, l’idea di Jean Monnet, era «realizzazioni concrete» per genere «solidarietà di fatto», e questo altro non era che la «prima tappa della federazione europea».
Abbiamo preso i profitti da questa idea ma abbiamo lasciato addietro l’uomo, lo abbiamo considerato soltanto in funzione di questi, la solidarietà di fatto è venuta meno. L’economia è senza dubbio il motore efficace in quanto la sua essenza è funzionalista, ma l’uomo non è solo funzionale, l’uomo è qualcosa di più. L’uomo è spirito e carne, e sia l’uno che l’altro devono essere alimentati e curati. È la carne che ci fa produrre, ma è lo spirito che ci tiene vivi e ci eleva da tutti gli altri esseri animali. È lo spirito che ci fa riconoscere come simili, che ci fa camminare in un consorzio umano e ci fa stringere relazioni e legami. È lo spirito che ci fa avere in orrore la guerra a scapito di molti molti cinici vi vedono la soluzione alle crisi, e ci muove qualcosa dentro al momento di tendere una mano verso l’altro.

Se la Grecia è una zavorra perché non è produttiva, allora che fare di quel 30% di popolazione europea che passati i 65 anni smette di essere produttiva?[5] Verranno tagliate le pensioni e il sistema di assistenza sociale, al momento il più sviluppato e funzionale al mondo in nome della produttività? Vogliamo veramente volgere le spalle a tutti coloro che non riescono a produrre e generare capitale? In nome di chi o di che cosa tutto questo? Del funzionalismo? Dell’efficienza?
Vogliamo veramente questo, e nel farlo fare anche un passo addietro abbandonando quelle conquiste ottenute con lo sforzo e il sangue delle generazioni che ci hanno preceduto?
Se oggi il nodo della Grecia viene tagliato con la spada, o la Grecia stessa decidesse di separare il suo cammino da quello dell’Europa, sarebbe il primo di molti passi addietro.
Siamo arrivati fin qua tutti quanti assieme, e nel cammino molti si sono uniti, stati e popoli che hanno vissuto fino a dieci anni fa sotto il terrore del totalitarismo, sotto la negazione dei diritti umani, popoli e stati che hanno creduto nell’Europa, nella libertà della sua democrazia, nel suo sistema economico e umano.
Se in questo particolare momento della storia rinunciamo a uno di questi fratelli minori che formano la grande famiglia d’Europa solo perché non possono camminare con le proprie gambe, allora il concetto di famiglia già non sussiste più, e la figlia Europa così mutilata vede dissolvere il suo futuro sotto i colpi speculativi di uomini-macchina.
Già un passo addietro lo è stato fatto il maggio scorso, quando la Danimarca ha deciso per la sospensione del Trattato di Schengen, ma l’uscita della Grecia sarebbe qualcosa di ben peggiore.




Questo è il momento di dare, di dare per la nostra figlia Europa. E glielo diamo perché lo vogliamo, non perché ce lo impongono, glielo diamo perché è un nostro diritto di padri e madri darglielo. Noi non lo dobbiamo, noi lo vogliamo.
L’Europa, come è stata definita, non è altro che un OPNI (Organizzazione Politica Non Identificata), ma è una sinergia di volontà, ed è la volontà che fa l’Europa e la fa uscire dalle nebbie delle incertezze istituzionali.
Se crediamo nell’Europa oggi crediamo anche nel popolo greco che in queste ore si trova ad affrontare il momento più difficile da quel lontano ’82 che la vide entrare nella grande famiglia europea. Quello che vogliamo è che non molli, che regga alle difficili prove alle quali è chiamata.
Così il giusto appello al popolo greco è questo: coraggio fratelli e padri e madri d’Europa, se anche le alte sfere e i politici e gli uomini-macchina vi abbandonano, noi, vero popolo d’Europa unita, vi siamo vicini con il pensiero e con l’affetto, con la speranza e la convinzione che questo passo richiesto non sarà stato passo inutile, e che la via per la federazione degli Stati Uniti d’Europa non è lontana. Alla notte più fonda segue sempre un’alba di speranza.



[1] Banco Mundial, World Development Indicators, 2008
[2] Richard Gowan y Franziska Brantner: A global Force for Human Rights? A Audit of European Power at the UN, ECFR Spettembre 2008
[3] Freedom in the World 2009, i freedomhouse.org
[4] Joseph Quinlan, «Drifting Apart or Growing Together. The Primacy of the Transatlantic Economy», Center for Transatlantic Relation, Washington, 2003. Attualizzato posterioremente in varie occasioni dal German Marshall Fund.
[5] Rickard Sandell, «Europa sin Europeos? La realidad demográfica de Europa» in E. Lamo de Espinoza: “Europa después de Europa” AECAE 2010, pp. 269-272